Diventare mamme al tempo del covid

Diventare mamme al tempo del Covid

Quella che segue è l’intervista ad un’ostetrica dell’ospedale Bufalini di Cesena, che ci racconta cosa significa diventare mamme al tempo del Covid. Per riservatezza rimarrà anonima.

Ho già affrontato questo tema nell’articolo nascere durante la pandemia. Qui trovate raccolte le testimonianze dirette dell’ostetrica intervistata e le prassi attualmente in atto nel reparto di ostetricia cesenate.

Mi è sembrato un atto dovuto, in questo periodo di incertezza dove non tutto si può rimandare, il parto ad esempio. Come tutto in questo periodo, anche l’esperienza del partorire in ospedale ha subito grandi mutamenti e non sapere cosa aspettarsi è un’ulteriore fonte di stress per le mamme e i papà. Per diventare mamme al tempo del Covid, la consapevolezza è il primo passo per poter agire attivamente nel mondo. Evitare di sapere come stanno le cose, nascondere la testa sotto la sabbia non diminuirà la paura, ma solo la presa di coscienza di tale paura.

Le emozioni che non senti, sono padrone di te.

Le emozioni che ascolti, sono la bussola in un cammino che scegli.

Le informazioni raccolte non intendono essere esaustive, ma soltanto dare un quadro del momento presente. Qualsiasi riferimento in generale è comunque da ricondurre all’esperienza dell’intervistata presso l’ospedale di Cesena. In altre realtà le procedure potrebbero essere diverse.

Vi invito in ogni caso ad informarvi direttamente presso il vostro ospedale, anche vista la rapidità con cui cambiano le cose.

Nonostante non sia un percorso rose e fiori quello che incontrerà la futura mamma, dall’intervista traspare non solo l’impegno del personale, ma anche il dispiacere di non poter fare di più al tempo del Covid. Anche il personale è fatto di madri, padri, figlie, figli e anche nonne e nonni.

È in questa umanità che appartiene a tutti noi che è possibile l’incontro.

Cercate l’incontro, cercatelo nella vostra e altrui umanità.

Buona lettura

Partiamo dall’arrivo in ospedale. Cosa deve aspettarsi una donna quando arriva in ospedale al tempo del Covid?

L’accesso in ospedale avviene all’ambulatorio urgenza che è subito fuori dal reparto di ostetricia. Una donna può accedere direttamente quando ha le contrazioni o per qualsiasi altro motivo clinico. In questo momento le donne prima di essere ricoverate per il travaglio devono avere un tampone covid valido, cioè un tampone che è stato refertato entro i 3 giorni precedenti. Questo significa che, se l’hanno già eseguito e non sono passati più di tre giorni, vengono ricoverate senza doverlo ripetere. Invece chi lo ha eseguito prima dei tre giorni precedenti, lo deve ripetere al momento del ricovero. Chi è in attesa del risultato di questo tampone, che in genere richiede 12 ore, viene messo in una sorta di area filtro fino al momento della refertazione. Anche durante l’isolamento sarà possibile ricevere visita dal compagno durante gli orari di visita prestabiliti. Se il parto dovesse avvenire in questo lasso di tempo alla donna verrà garantita la presenza del compagno durante tutto il travaglio attivo e fino al parto. L’assistenza ostetrica alle donne con tampone in corso o con tampone positivo non subisce ovviamente alcuna variazione, il personale indosserà dei dispositivi di protezione individuale aggiuntivi rispetto alla sola mascherina chirurgica.

Chi ha un tampone negativo viene ricoverato, come è sempre stato, in stanza con altre donne. Ovviamente si chiede alle donne di mantenere le norme di distanziamento e indossare la mascherina in reparto durante tutto il ricovero.

Compreso il travaglio e il parto?

È chiaro che la mascherina in un momento come il travaglio è consigliata, ma non sempre tollerata quindi le ostetriche attuano delle misure di protezione anche considerando che non è sempre possibile per una donna durante il travaglio indossare la mascherina in ogni momento.

Per quanto riguarda le persone che arrivano già con un tampone positivo?

Sono delle procedure che stiamo mettendo a punto giorno dopo giorno: è una situazione che negli ultimi mesi cambia veramente con una velocità impressionante quindi a volte le cose cambiano anche da un giorno all’altro. In questo momento si cerca di sapere già lo stato immunologico rispetto al covid della donna e quindi di realizzare un percorso adatto. Chi ha un tampone positivo verrà ovviamente ammesso in una situazione in cui può essere isolato: se si tratta di una visita, per esempio della visita di presa in carico a termine di gravidanza, si cercherà di prevederla e realizzarla in una stanza separata rispetto al resto del reparto. Se invece la donna positiva è già in travaglio o ha già partorito verrà messo in una stanza isolata dove passerà tutto il periodo di ricovero, che in un parto fisiologico è di 48 ore.

Che cosa cambia nella gestione dei neonati nel caso di donne positive?

Se la mamma è positiva al covid, le raccomandazioni dell’organizzazione Mondiale della sanità dicono che può comunque stare con il suo bambino e allattarlo, anzi: allattarlo è un misura di protezione per la salute del bambino. Si raccomanda di utilizzare la mascherina quando interagisce con il bambino, quindi anche nel momento in cui lo allatta. Non ci sono particolari controlli relativi al Covid fatti al bambino tranne un tampone, ovviamente non nasofaringeo ma orofaringeo. Poi anche il bambino verrà preso in carico dall’igiene pubblica per lo screening, quindi farà un altro tampone a sette giorni di vita. Il bimbo viene visitato, come tutti i bambini nati in ospedale, appena nato e prima della dimissione o più frequentemente in presenza di indicazioni. Viene garantito il rooming-in, cioè la permanenza del bambino con la mamma sempre in isolamento dentro la stanza e tutte le visite e i controlli vengono fatti nella stanza della mamma. È una situazione che chiaramente può essere un po’ pesante per chi deve stare 48 ore chiuso in una stanza, però in questo momento è l’unico modo di realizzare l’isolamento.

Nel caso in cui il parto sia andato bene, la mamma sta bene e il bambino sta bene, si possono chiedere le dimissioni anticipate?

Normalmente il ricovero di un parto naturale dura 48 ore: è il tempo in cui la mamma e il bambino si conoscono, il rooming-in permette di avviare l’allattamento e di avere un supporto un po’ più intensivo per quei primi momenti delicati. Il bambino a 48 ore deve eseguire lo screening delle malattie metaboliche obbligatorio per legge e questo ricovero permette al genitore di non dover ritornare in ospedale per lo screening in un momento del genere dove ogni accesso in ospedale è abbastanza complesso. In una situazione di positività al covid, a maggior ragione, si tende ad evitare un ritorno a domicilio per poi far tornare le persone in ospedale perché la quarantena non permette spostamenti in libertà. Infatti la mamma risultata positiva al covid, al momento delle dimissioni, ritorna a casa con il suo bambino accompagnata dal servizio di ambulanza. Penso che questo periodo ci possa dare l’occasione per pensare ad un modo diverso di assistere: in questa zona, ad esempio, lo screening per le malattie metaboliche viene realizzato in ospedale, ma potrebbe benissimo essere realizzato a domicilio, cosa che peraltro avviene se si partorisce in casa. Tutto dipende da come è organizzata l’assistenza a livello ospedaliero e territoriale e che integrazioni hanno questi due servizi.

Prima del Covid l’uscita prima delle 48 ore era possibile?

All’inizio della pandemia, all’inizio del lockdown era addirittura consigliato. In quel momento ancora non veniva fatto uno screening dello stato immunologico delle donne quindi di fatto non si sapeva chi fosse positivo al virus e chi no. In quel momento veniva consigliato di rimanere in ospedale meno rispetto alle 48 ore per evitare proprio la permanenza in un luogo dove si sapeva che era più probabile infettarsi o perlomeno avere contatti con questo virus. Purtroppo, ripeto, il problema è anche gestionale in questi giorni perché è veramente complesso per tutti quelli che lavorano in ospedale organizzare gli spostamenti, isolamenti e la gestione di persone positive e non. Ovviamente non è una non volontà, ma è davvero complicato e un grande carico di lavoro per chi deve comunque fornire assistenza a tutte le altre persone, pensare anche a dei percorsi specifici. Si fa quello che è possibile con le risorse disponibili in questo momento consapevoli che questo non sia la soluzione ideale. Comunque sì: è possibile chiedere al personale di reparto la dimissione anticipata e anche, al contrario, di rimanere un giorno in più, ad esempio per avere un supporto professionale per avviare l’allattamento serenamente.

Fin qui abbiamo parlato di come diventare mamme al tempo del COvid. E i papà in tutto questo?

I papà sono le grandi vittime di questa pandemia nell’ambito della nascita, perché sono stati esclusi senza essere interpellati, esclusi a tavolino da questo momento molto importante per la famiglia che nasce. Dall’inizio del lockdown sono stati ammessi solo durante il momento del travaglio attivo e per le due ore dopo la nascita del bambino, quindi nel periodo in cui la donna è nella sala parto. Non sono stati ammessi in reparto per due, tre mesi. È stato molto strano vedere i papà prendere in braccio i loro bambini per la prima volta dopo due giorni.. è stato veramente forte per noi ostetriche che siamo sempre state abituate a vedere il processo di conoscenza graduale anche dei padri con i loro figli e ad accompagnare questa conoscenza.

Da qualche tempo i padri sono ammessi in reparto per una visita di due ore al giorno, con orari dilazionati per evitare assembramenti nelle stanze di degenza. Le visite sono possibili sia prima del travaglio attivo (periodo che talvolta può essere molto lungo, come nel caso delle induzioni programmate) sia nei due/tre giorni di puerperio. Due ore al giorno per una donna che ha appena partorito non è molto, è veramente niente.

Da qualche settimana vengono screenati per il coronavirus anche i padri. Il tampone degli accompagnatori, questa è una politica aziendale non solo del nostro reparto, ha durata di 30 giorni. Quindi il loro referto può essere anche più vecchio di tre giorni e si attuano tutte le misure che sono previste dall’igiene pubblica per l’accesso in ospedale.

Possono entrare anche i papà che sono risultati positivi?

Questa cosa ancora non è successa, ma verosimilmente capiterà. Dovremo mettere a punto un percorso idoneo per permettere l’isolamento della triade. Ogni nuovo elemento di questa complessa organizzazione ci stimola a cercare dei modi per integrare queste nuove richieste all’assistenza che fornivamo prima e non è facile.

È consigliabile quindi organizzarsi prima per non doverlo fare in travaglio o perlomeno il tampone dei padri visto che è valido per trenta giorni?

Devono farlo prima, nel senso che vengono invitati dall’ospedale stesso a effettuare il tampone negli ambulatori dedicati allo screening. La donna che è a termine di gravidanza viene chiamata ad eseguire il tampone qualche giorno prima della presa in carico, cioè del momento in cui si compila la cartella clinica che poi servirà per il ricovero del parto. Anche i partner lo eseguiranno più o meno due settimane prima della data presunta del parto in modo da avere un tampone in corso di validità per il momento del parto. Purtroppo le donne nel 90% dei casi devono eseguire più tamponi prima del parto, a volte anche durante il travaglio attivo.

Consiglieresti il parto in casa in questo momento?

Come ostetrica personalmente mi sento di consigliare di pensare alla nascita del proprio figlio, di pensare a che cosa si sente di aver bisogno per una nascita serena. La scelta del luogo del parto è questo per me: è riflettere non solo razionalmente, ma cercare proprio di sentire a livello emotivo, a livello anche fisico quale alternativa ci permette di essere più in connessione con noi stesse e tranquille e serene. In questo momento nascere in ospedale è diverso, è diverso da quello che era 6 mesi fa, molto diverso. Bisogna cercare di immaginarsi due, tre giorni, il tempo che può durare un travaglio, di solitudine, perché purtroppo, anche se non è quello che noi operatori della nascita vorremmo, questa è la situazione in questo momento. Quindi io raccomanderei di pensare a quello che vuol dire per ognuno stare tre giorni senza contatti sociali: per qualcuno questo è tollerabile, per qualcuno meno. Esiste in questa zona la possibilità di partorire a domicilio e forse in questo momento è un’opzione che tante donne, che prima non ci avrebbero pensato, stanno valutando, ma è importante che sia una scelta davvero sentita. Ripeto: deve essere una scelta che permette alla donna e alla sua famiglia di essere serene.

Parli di queste 48 ore come fosse una tortura, mentre in alcune culture la madre si isola per partorire da sola o vive un periodo di isolamento nel primo dopo parto. Facendo di necessità virtù, potrebbe essere un’occasione per riscoprire la potenza femminile e rafforzare il proprio legame con il neonato, legame che già esiste privatamente fra madre e figlio mentre quest’ultimo è ancora nella pancia.

Potrebbe esserlo, certamente, ma solo se preceduta da un percorso di preparazione e consapevolezza. Altrimenti rischia di generare frustrazione e impotenza. In generale comunque credo che la solitudine e l’isolamento non siano mai salutari per una donna che deve partorire e ancora meno per una che ha appena partorito.

Certo è difficile improvvisare non essendo parte della nostra cultura: bisogna essere accompagnate e rieducate per riscoprire la potenza generatrice delle donne

Si, sicuramente questa è una grande sfida che la pandemia ha offerto a tutte noi ostetriche, dalle colleghe che seguono le donne durante la gravidanza fino a noi che le accogliamo per il momento della nascita.

Hai notato dei cambiamenti riguardo lo svolgimento del parto, ad esempio travagli più lunghi o più frequenza di cesarei?

Questa è una bellissima domanda. Sì. Sì e in maniera molto netta. È ovvio che le osservazioni personali non costituiscono una prova statistica, ma io penso che anche a livello epidemiologico emergerà un peggioramento degli esiti del parto in questo periodo. Penso che giochino tanti fattori, sicuramente la paura: la paura è uno dei problemi più grandi in questo periodo, perché la paura è un grande ostacolo alla fisiologia ormonale emotiva del parto. La solitudine è un altro grande problema. Tutte queste emozioni e queste situazioni legate al contenimento della pandemia creano uno stato d’animo di allerta, mentre il parto, il travaglio richiedono affidamento e fiducia. Si stanno osservando dei travagli più lunghi e degli esiti leggermente peggiori. Questo non è per spaventare nessuno, penso che sia inevitabile in un momento del genere.

Probabilmente, al di là delle procedure di ricovero dell’ospedale, le donne arrivano già più in ansia rispetto a prima

Penso che il livello di ansia di tutta la popolazione si sia alzato e sia aumentato in questo periodo. In gravidanza una donna è doppiamente preoccupata perché non deve pensare solo a sé, ma anche al bambino, a un’altra persona che è dentro di lei e questo secondo me non le permette di essere completamente tranquilla in questo grande momento di incertezza. Questo momento poi ci pone delle sfide anche dal punto di vista della libertà delle decisioni dei genitori rispetto alla nascita del loro figlio e all’assistenza cui si va incontro. Molte scelte in questo momento sono obbligate, c’è molta meno libertà di decisione, perché non si può più scegliere chi sosterrà la madre durante il travaglio, non si può più scegliere per quanto tempo e come avrà questo tipo di supporto, le scelte riguardo le dimissioni sono quasi sempre obbligate e questo è sicuramente un peggioramento rispetto all’assistenza alla nascita che noi operatori vorremmo fornire.

L’accompagnamento da un’ostetrica esterna è ancora possibile?

La linea comune degli ospedali è di ammettere un solo accompagnatore per ogni ricoverata, cercando di fare in modo che sia sempre quella persona ad accedere al reparto. Va da sé che questa persona sia quasi sempre il padre del bambino, o comunque un membro della famiglia. Se la donna scegliesse di essere accompagnata dall’ostetrica, poi il padre del bambino non potrebbe assistere al parto. Quindi quasi sempre se la donna ha un’ostetrica privata che la segue a domicilio, dal momento in cui entra in ospedale la deve lasciare. Anche questo sicuramente non fa bene alla coppia e alla triade che nasce.

In alcune situazioni di particolare bisogno durante il ricovero dopo la nascita, pensiamo ad esempio ad un taglio cesareo, un intervento un po’ più complicato o una perdita di sangue importante che richiedono un’assistenza più intensiva, in questi casi si permette alla persona di sostegno di restare accanto alla compagna o la figlia. Questo è qualcosa che abbiamo deciso a livello interno nel nostro reparto per permettere a chi ha bisogno di assistenza costante di sentirsi meno sola e di riuscire a riprendersi nella maniera migliore. In questo momento per le ostetriche e per tutti gli operatori il carico di lavoro è grande, è molto aumentato rispetto al passato e quindi ancora di più chi ha bisogno di un’assistenza più continuativa, più costante ha diritto ad avere una persona con sé.

Di cosa avrebbero bisogno le ostetriche in questo momento?

Avremmo bisogno di più ostetriche. La risposta è molto semplice: avremmo bisogno di più personale. Tante volte assistere, sorvegliare gli isola menti e gli spostamenti è un grande impegno di tempo e di energie. Dover fare tutto il lavoro che abbiamo sempre fatto e anche questo nello stesso tempo non è veramente pensabile quindi a lungo andare penso che questo possa peggiorare di molto la situazione psicologica anche del personale e quindi la capacità di lavorare serenamente. Alleggerendo un po’ il carico di lavoro si riuscirebbe a fornire un’assistenza più di qualità o comunque riavvicinarsi agli standard che il nostro reparto aveva in precedenza e lavorare, per quanto possibile, serenamente.

Esiste un servizio di supporto psicologico per il personale?

Al bisogno sì. Tutti i dipendenti dell’azienda possono richiederlo, così come le madri durante il periodo di ricovero. Io personalmente non ne ho mai fatto richiesta, però è sempre stato disponibile anche a distanza durante il periodo del lockdown.

Come mai non ti è mai capitato di farne richiesta?

Forse ho avuto la speranza che questa situazione si risolvesse. In questo momento mi trovo molto in difficoltà perché mi rendo conto che come ostetrica dovrò fare i conti con questo status quo per parecchio tempo. Cerco di fare rete con le colleghe, di cercare di capire come affrontare questa situazione al meglio però non escludo il confronto con qualche professionista. Credo sia importante che anche noi operatori ci tuteliamo dal punto di vista della nostra salute sia fisica che psicologica. È stata una messa alla prova lunga mesi e dovrà durare ancora molto, quindi ora più che mai mi rendo conto che è importante che noi operatori preveniamo un burnout o qualche altro tipo di reazione che ci faccia stare ancora peggio e non ci permetta di lavorare bene.

Com’è strutturato il sostegno psicologico? È individuale o per gruppi?

Un tipo di supervisione strutturata non l’abbiamo mai avuta da parte di uno psicoterapeuta. Questa è una grande pecca secondo me. Il supporto psicologico è una richiesta individuale, però effettivamente in questo momento la cosa più indicata sarebbe una supervisione di gruppo.

Il fatto che lo psicoterapeuta sia interno all’ASL è un ostacolo o è un valore aggiunto?

Lo psicoterapeuta dell’ASL comunque non è parte della nostra equipe in senso stretto, quindi penso che potrebbe avere un ruolo importante mantenendo comunque l’indipendenza. Ci potrebbe servire molto guardare i nostri percorsi dall’esterno, cosa che invece tra di noi è più difficile da fare perché siamo molto immerse nel nostro lavoro, nei nostri problemi quotidiani. Facciamo fatica a fare un discorso che vada oltre le nostre regole. Sicuramente c’è bisogno di qualcuno di esterno, porterebbe sempre dei benefici alla nostra riflessione.

Un ultimo messaggio che vuoi lasciare alle donne in dolce attesa che diventeranno mamme al tempo del Covid, o a quelle che hanno da poco partorito?

Care madri, abbiate fiducia in voi stesse, nei vostri bambini e nelle vostre ostetriche e potremo insieme affrontare l’ansia e la paura. A presto!

14/11/2020

Spazio al rito

Oggi è il giorno di Halloween, festa che deriva probabilmente dalla festa Celtica Samhain che significa qualcosa come “fine dell’estate”, scelta poi per continuità della Chiesa Cattolica come festa di Ognissanti.

Come dice la parola stessa, la festa Celtica rappresentava la chiusura dell’estate e voleva essere di buon auspicio per l’inverno rigido che ai tempi rappresentava una vera e propria sfida per la vita. Inoltre si pensava che in questo giorno, che non apparteneva né all’anno vecchio né a quello nuovo, il regno dei vivi e dei morti potessero comunicare.

Samhain era una festa di rito propiziatorio insomma, dettata dalla paura della morte.

Riti diversi ne troviamo in ogni religione e ogni rito si declina in base alle tradizioni e ai valori.

Indipendentemente dal credo a cui ciascuno aderisce, ogni rito ha una funzione, non soltanto legata alla religione, ma soprattutto legata al bisogni psicologici del singolo individuo e della comunità.

Una funzione quindi concreta e reale, aldilà di ciò in cui ciascuno crede: i riti sono ponti.

I riti sono ponti che permettono alla persona di entrare in contatto con le proprie emozioni, dargli spazio, dargli espressione, dargli forma.

I riti collettivi inoltre servono per condividere le emozioni e sentire la forza dell’unione e lasciare la disperazione della solitudine.

Tornando alla festa di Samhain che coincide con il capodanno celtico, si pensava che chi fosse solo in questa notte esponesse se stesso e il suo spirito ai pericoli dei rigori invernali.

Fuor di credenza, questo era un rischio reale: dal punto di vista fisico, perché chi non aveva una rete, una comunità non aveva aiuti materiali per sopravvivere all’inverno in caso di bisogno; dal punto di vista psicologico perché si sarebbe trovato solo e senza conforto ad affrontare i pericoli della stagione fredda e la paura legata alla possibilità di non superarla.

Accendere insieme i falò, riunirsi per mangiare insieme, fare dei sacrifici non aumentava magicamente le loro possibilità di sopravvivenza che restavano comunque parzialmente fuori dal loro controllo.

Cambiava però lo spirito con cui avrebbero affrontato l’inverno, confortava la loro paura che aveva potuto trovare uno spazio di espressione e di condivisione all’interno della comunità.

Inoltre era un’occasione per celebrare, ricordare e piangere i propri cari perduti che, anche se non tornavano fisicamente dal regno dei morti, tornavano nella mente e nello spirito dei vivi che avevano bisogno di questo spazio e momento per esprimere dolore o gratitudine.

Il rito tra l’altro è caratterizzato da un fare concreto e l’attivazione del corpo è di grande aiuto per contattare le proprie emozioni.

In questi termini il rito è utile e efficace e diventa un ponte per prendersi cura di sé e degli altri.

Quest’anno sento più intensa e necessaria che mai questa festa: la morte ci aleggia intorno, a volte ci ha toccato o sfiorato molto da vicino.

I riti invece hanno subito una battuta d’arresto: molte persone infatti non aderiscono ad una religione particolare e tipicamente è proprio alla religione che viene imputato il compito di stabilire in quali occasioni e modalità istituire un rito.

Inoltre in questa pandemia ci sono stati luoghi e momenti in cui chi ha perduto un affetto, non ha potuto organizzare un funerale per un ultimo saluto, a volte non lo ha potuto nemmeno salutare di persona.

Le morti non piante, le paure che non trovano spazio per essere espresse e condivise, restano dentro di noi come pesanti macigni e rendono difficili cose semplici come dormire per citare uno dei sintomi psicologici più diffusi come effetto della pandemia.

Riprendiamo allora uno spazio spirituale come ponte per rientrare in contatto con noi stessi e le emozioni cristallizzate, anche se non abbiamo una fede religiosa: i riti sono un atto artistico e possono essere inventati, cambiati, trasformati attraverso i nostri simboli, i nostri valori e i nostri bisogni di espressione.

Dr.ssa Violetta Molteni

Per qualsiasi domanda, non esitare a contattarmi

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Che emozione le emozioni!

La coppia dopo la quarantena

Che emozione le emozioni!

Ho sempre temuto le emozioni e ho cercato inutilmente di controllarle.

Ora mi affascinano come le onde: arrendendomi alla loro indomabilità, ho scoperto il piacere di potermi abbandonare al loro dolce andirivieni, il brivido di poterle cavalcare con una tavola da surf e il divertimento di tuffarmici dentro prima che esplodano in schiuma.

Le emozioni sono il motore di ogni cosa che facciamo. Prendiamo decisioni, compiamo azioni spinti dalle emozioni. Senza emozioni non riusciremmo a rimanere in vita.

Nonostante la loro vitale importanza, chi conosce davvero le emozioni ed è consapevole di ciò che prova istante dopo istante?

La consapevolezza delle proprie emozioni non è una cosa scontata: infatti lo stile educativo di una volta, con cui gli adulti di oggi sono stati cresciuti, non ci ha certo insegnato ad ascoltare e riconoscere le nostre emozioni. Al contrario, ci hanno insegnato a nasconderle e a non ascoltarle, credendo che questo significasse controllarle e ci aiutasse ad essere più forti. Anche oggi in questa società dove l’apparenza conta molto, le emozioni tendono ad essere nascoste o negate.

Eppure la consapevolezza delle proprie emozioni è la base per non essere trascinati in giro dalle emozioni e per essere davvero autori della propria vita.

Partiamo da un punto chiave: le emozioni non si controllano, non si accendo e spengono a piacimento.

Le emozioni, piacevoli o spiacevoli, arrivano.

Quello che si può fare è decidere e scegliere cosa farci con queste emozioni. In altre parole ciò che si può controllare è l’azione, l’espressione dell’emozione. Se sono arrabbiato posso urlare, spaccare tutto o dipingere un quadro che esprime tutta la mia rabbia. Con i bambini anche oggi si tende a dire “non ti arrabbiare”, ma nessuno può smettere di provare un emozione perché lo decide. Si può però dire a un bambino che, anche quando è molto arrabbiato, non deve fare male a qualcun altro perché questa è una cosa che può imparare.

Ma come posso decidere e scegliere cosa fare con un’emozione se nemmeno la sento e la riconosco?

Le emozioni sono il cavallo che ci porta a spasso: se non ne siamo consapevoli, va dove gli pare. È perciò fondamentale per prima cosa imparare ad ascoltarle e riconoscerle.dsc_0337-1.jpg

Non è cosa semplice e all’inizio ci potrà sembrare di essere di fronte ad una spiaggia piena di tracce che non riconosciamo e non hanno un significato ai nostri occhi. Piano piano una traccia, quella dell’emozione con cui abbiamo più dimestichezza ad esempio, ci sarà chiara e inequivocabile e con il tempo impareremo a riconoscerne sempre di più finché quella spiaggia piena di tracce misteriose non sarà una spiaggia decifrabile.

Perché questo accada, bisogna innanzitutto prendersi il tempo per ascoltarsi.

Il corpo è ovviamente un grande alleato: partendo dalle sensazioni fisiche, da dove sentiamo qualcosa possiamo piano piano arrivare a cosa sentiamo, quale emozione. Inoltre l’attivazione fisica ci può aiutare a portare a galla l’emozione. Ad esempio con la danza che in Gestalt viene spesso utilizzata proprio per abbassare in maniera dolce quelle difese che non ci permettono di sentire le nostre emozioni.

Un altro aiuto ci viene da tutto ciò che attiva la creatività e la parte analogica del nostro cervello come l’arte, il disegno, la manipolazione dell’argilla. Anche queste sono strade spesso utilizzate in terapia per accompagnare con delicatezza lungo il sentiero dell’ascolto di sé.

Infine non dimentichiamoci che le emozioni hanno sempre un oggetto: se amo, amo qualcuno; se sono arrabbiato, sono arrabbiato per qualcosa. Pensare a questo oggetto, potrà far emergere l’emozione.

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(come nella foto a inizio articolo) impronte di tartaruga caretta caretta uscita dal mare per deporre le uova 

La coppia dopo la quarantena

La coppia non è la mera unione di due elementi: è un nuovo elemento più complesso che necessita di attenzioni e cure.

In questa quarantena le coppie possono essersi trovate in situazioni molto diverse fra loro.

Per alcune coppie l’unione forzata ha portato alla riconquista di un intimità tanto desiderata; al contrario per altre l’intimità è stata eccessiva e si è sentita molto la mancanza dei propri spazi.

Le coppie con figli hanno avuto un sovraffollamento casalingo e ritagliarsi spazi solo per la coppia non è stata certo impresa facile.

Ci sono state poi coppie separate dalla chiusura delle regioni, compagni separati per scelta perché uno dei due lavorava a stretto contatto con i pazienti covid, oppure ancora separati in casa perché uno dei due contagiato.

Le situazioni di quarantena sono state davvero le più disparate, ma di certo la coppia non ha avuto vita facile.

La coppia felice però, non è quella che non incontra mai difficoltà e che si ritaglia sempre il giusto spazio di cura: succede che, per varie ed eventuali, la coppia non venga coltivata come si dovrebbe e ci si può sentire distanti, arrabbiati, feriti.

Da una caduta ci si può rialzare, magari si zoppicherà un po’ prima di ricominciare a camminare normalmente. Basterà prestare attenzione, metterci la volontà e avere fiducia che nulla è perduto.

Ma qual è la cura di cui ha bisogno la coppia?

Il dialogo.

Sembra facile e banale: ci mettiamo lì, facciamo due chiacchiere e via.

In realtà il dialogo vero, dove ci si mette in contatto con il proprio vissuto emotivo per condividerlo con il partner, dove ci si mette in ascolto per accogliere un punto di vista talmente lontano dal nostro che risulta a volte incomprensibile, dove la risposta al partner comprende il rivelare le emozioni provate mentre si ascoltavano le sue parole, questo dialogo vero è una difficilissima danza.

Praticare delle attività insieme come lo sport o attività creative (dipingere o costruire qualcosa insieme) può aiutare a ritrovare una vicinanza emotiva: le attività motorie o artistiche infatti, aiutano a sentire le emozioni e a comunicare in modo non verbale, quando magari le parole faticano a trasmettere il messaggio affettivo che si vorrebbe e al contrario scatenano un’escalation di rabbia e incomprensione.

Ora che si può uscire di più, è importante prendersi degli spazi privati per sé: sembra un controsenso, ma la coppia ha bisogno che entrambe le parti che la compongano siano in forma. Riprendere a frequentare gli amici o fare qualsiasi cosa si senta nutriente per se stessi, porterà nutrimento anche alla coppia.

E il sesso? Il sesso in una coppia è parte della relazione: se la relazione è serena, anche il sesso lo sarà. Se la relazione ha qualche difficoltà, anche il sesso l’avrà o sarà assente. Prendersi tempo e spazio per ritrovarsi emotivamente aiuterà anche il sesso che del resto è una forma comunicativa.

Quando allora è necessario rivolgersi ad un terapeuta per una consulenza o terapia?

Non c’è una risposta a questa domanda, ma un’altra domanda: cosa volete per la vostra coppia?

La terapia infatti non è solo questione di bisogno, tra l’altro il bisogno è soggettivo: è questione di volontà, di scelta.

Scegliere di farsi aiutare non significa essere più fragili o aver fallito: siamo tutti fragili e tutti in un modo o nell’altro, prima o dopo, abbiamo bisogno di aiuto, perché siamo umani.

Scegliere di farsi aiutare è sempre un atto d’amore verso se stessi e verso la propria coppia.

Un atto di responsabilità nei confronti della propria coppia, una scelta.

Allerta sanitaria 2020: io sto a casa, ma come sto?

prova verticale

In questo periodo è normale essere attraversati dalle cosiddette emozioni negative come la paura, la rabbia, il dolore.

Sono tutte emozioni legittime con cui fare i conti, ma questo non significa che dobbiamo restare passivi perché è normale sentirsi così.

“Emozione” infatti è una parola che significa “muovere da”: l’emozione è il motore, è la forza che ci spinge ad agire e questa energia ha bisogno di essere canalizzata da qualche parte, se non può semplicemente portare al cambiamento che vorrebbe.

Inoltre ci sono alcuni accorgimenti che possiamo adottare per evitare che quest’emozione cresca.

Quelli che seguono sono solo alcuni consigli generali, spunti apparentemente banali e senza la pretesa di essere soluzioni magiche; in ogni caso non possono in alcun modo sostituire una relazione terapeutica.

Accogliere la propria emozione: le emozioni quando non sono ascoltate alzano la voce, battono i pugni per avere il loro spazio e diventano pervasive. Per diminuire la loro intensità è sufficiente concedersi di provarle anziché cercare di spegnerle o nasconderle

Esprimere le proprie emozioni: condividerle con altre persone ne diminuisce il peso (condividere significa appunto dividere-con, non moltiplicare-con)

Sublimare le proprie emozioni: le emozioni che riguardano eventi o situazioni che non possono essere cambiate, possono trovare sollievo nella loro espressione attraverso l’arte come la pittura, la musica, la danza. Questo non significa fare degli esercizi di danza o di chitarra come sfogo, ma proprio mettere in arte la propria emozione, darle parola con l’arte (ballare la propria paura ad esempio ascoltando e seguendo il bisogno del corpo di muoversi, senza giudizio sulla performance che non ci interessa). Nel caso in cui l’emozione in questione sia un dolore legato ad un lutto, ci si può prendere del tempo in intimità per salutare la persona amata. I riti sono importanti e ora che non è possibile metterli in atto nella propria comunità di credenti o meno, nulla ci impedisce di farlo simbolicamente in casa nostra. Se abbiamo una persona ricoverata che non possiamo andare a trovare o una situazione simile, possiamo scriverle una lettera in cui aprirci ad un dialogo come se fosse lì presente

Prendere il sole: da una finestra aperta, da un balcone o in giardino. L’esposizione alla luce e ai raggi solari ha effetti positivi sia sul fisico sia sull’umore

Fare cose buone per sé: l’attività fisica aerobica in primis che rilascia endorfine è utilissima, ma anche tutte le attività che piacciono, i propri hobby. Per quanto non sia  ottimale farli in casa è comunque una possibilità che porta bellezza nella nostra quotidianità

Stare nel qui ed ora: significa stare nel presente che è fatto del proprio respiro, dei propri muscoli, del suono della lavatrice, del colore delle piastrelle, del canto degli uccellini. Le pratiche di meditazione portano in questa direzione, così come gli esercizi di bioenergetica e di feldenkreis o l’attività dei mandala (non quelli già fatti da colorare, ma proprio disegnarli dal principio stando in contatto). Il concetto è ascoltare ciò che si sta facendo mentre si svolge un’attività, piuttosto che fare per fare

Evitare l’eccessiva esposizione alle informazioni: se essere informati ora per ora dà un’illusione di controllo, in realtà riempie la nostra testa di preoccupazione. Le informazioni attraverso immagini o video sono più impattanti rispetto a quelle lette. Ricordiamoci che non è la realtà oggettiva che influisce sul nostro sentire, ma la realtà percepita

Ascoltare frequenze rilassanti: mentre facciamo smart working o facciamo altre attività in casa possiamo ascoltare Mozart o musiche per la meditazione che facilitano appunto uno stato di rilassamento

Buona ricerca e buona scoperta

Dott.ssa Violetta Molteni, psicologa psicoterapeuta

http://www.violettamoltenipsicologa.com

versione pdf Io sto a casa ma come sto

La donna dietro alla tetta

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) raccomanda l’allattamento al seno in maniera esclusiva fino al compimento del 6° mese di vita. E’ importante inoltre che il latte materno rimanga la scelta prioritaria anche dopo l’introduzione di alimenti complementari, fino ai due anni di vita ed oltre, e comunque finché mamma e bambino lo desiderino. (tratto dal sito del Ministero della Salute)

Perfetto nutrimento, ha una serie di vantaggi di salute immediati come gli anticorpi, ma anche a lungo termine, ad esempio previene l’obesità.

Basta fare una veloce ricerca in internet e ci sono mille motivi per allattare al seno, mille modi per farlo quando è difficoltoso.

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Portare avanti l’allattamento al seno non è solo superare le difficoltà tecniche per aiutare il bambino ad attaccarsi bene al seno: non dimentichiamoci che dietro la tetta c’è una donna.

Una donna che è sì una mamma che vuole il meglio per il suo bambino, ma è anche una donna a cui cambia completamente la vita.

Nei nove mesi si era dovuta abituare ad occuparsi già del piccolo esserino che aveva nella pancia ad esempio stando attenta a ciò che mangiava e limitando le proprie attività fisiche. Ma tutto sommato il bambino si nutriva da solo, si puliva da solo e portarlo in giro era inevitabile e anche abbastanza pratico.

Ora si ritrova per le mani un cucciolo che ha continuamente bisogno fisicamente di lei e allattare diventa un vero e proprio lavoro.

Come tutti i lavori, per qualcuna è il lavoro che ha sempre sognato e lo fa con passione e naturalezza, per qualcun’altra è veramente un tormento e una cosa che fa per dovere.

In entrambi i casi è un lavoro faticoso in maniera anche subdola: infatti la fatica non sta solo nell’aver sempre appresso il piccolino e allattarlo di frequente, ma anche nel produrre il latte. La produzione di latte infatti richiede moltissime energie che stancano per forza la mamma e questa parte del lavoro è invisibile.

Oltretutto non è un lavoro riconosciuto, ma non soltanto dagli altri: spesso è la mamma stessa la prima a pensare che non ha combinato niente tutto il giorno perché l’unica cosa che ha fatto è stato allattare e cambiare il piccolo.

Anche se si allatta al biberon la procedura non è certo leggera e comoda, soprattutto la notte o quando si cerca di uscire per fare un giro.

Ci sono i giudizi se allatto al seno, se allatto al biberon, se rientro subito al lavoro o non rientro; ci sono le paure sulla crescita del bambino, l'”esame” del pediatra.

Poi ci sono le implicazioni sessuali: il seno è l’organo che produce il latte sospendendo nell’immaginario collettivo il ruolo sessuale.

In realtà però resta un organo sessuale e lo si scopre ad esempio quando si riprendono i rapporti sessuali con il partner: può capitare infatti che fuoriesca il latte durante l’orgasmo.

Inoltre, se alcune mamme sentono dolore durante l’allattamento, altre provano un piacere sessuale. Questa eventualità è del tutto naturale (il seno è una zona erogena coinvolta nell’eccitazione) e causata dall’ossitocina, ormone coinvolto nell’orgasmo ma anche necessario alla produzione di latte. Ciononostante non viene sempre accettata volentieri dalla mamma perché non avviene con un partner sessuale, bensì con il proprio figlio mentre lo si sta nutrendo.

La mamma di nuovo si trova a non avere più il controllo del proprio corpo che fa tutto da sé ed è pure a disposizione di un’altra piccola persona.

É di certo un miracolo della natura, ma questo non significa che sia facile.

Che allattiate al seno, con il biberon, a testa in giù o sul terrazzo, godendo o soffrendo ci saranno sempre critiche interne ed esterne, sempre difficoltà, sempre momenti di sconforto e paure.

Questa è del resto la vita.

Sappiate però che non siete le sole: tutte le mamme almeno per un attimo ci sono passate.

Allora parlate, chiedete ad altre donne di raccontarvi la loro esperienza, ma non fermatevi alla frase “è stata l’esperienza più bella della mia vita”: chiedete di raccontare anche il momento peggiore, le difficoltà.

Una medaglia ha sempre due facce e non è certo negando le avversità che queste possono essere superate o almeno sopportate.

Mal comune mezzo gaudio, no?

E quando raccontate di voi, abbandonate la maschera delle mamme perfette e positive; non è detto che non lo siate davvero, ma siete soprattutto umane: mostratevi come tali perché è l’unico modo di incontrare davvero un altro essere umano e la sua storia di certo vi sorprenderà.

PSICOLOGO, PSICOTERAPEUTA, PSICOANALISTA O PSICHIATRA?

In questi giorni sui social gira una campagna per superare lo stereotipo secondo cui dallo psicologo ci vanno solo i matti.

Già la parola “matti” apre un mondo, ma lasciamolo da parte per ora.

L’iniziativa sui social dice “io vado dallo psicologo”

Chi è lo psicologo?

Non è che forse “io vado dallo psicoterapeuta”?

E che differenza c’è tra uno psicologo e uno psichiatra?

Chiaramoci un po’ le idee

Quale differenza c’è fra uno psicologo, uno psichiatra, uno piscoterapeuta? e lo psicoanalista?

La prima differenza sostanziale è il percorso di studi, la seconda è il suo ambito di lavoro.

PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA PSICOANALISTA PSICHIATRA
PERCORSO DI STUDI 5 ANNI facoltà di psicologia+ un anno di praticantato+ esame di abilitazione Ha seguito la formazione per essere psicologo oppure medico di base, poi si è specializzato in psicoterapia: 4 anni di scuola di specializzazione e praticantato (la maggior parte delle scuole di psicoterapia prevedono un percorso di psicoterapia personale per lo specializzando) È uno psicoterapeuta.

La psicoanalisi classica è solo uno dei tanti indirizzi di specializzazione, è famosa perché è quella proposta da Freud.

Ha seguito una formazione medica (5 anni) e poi si è specializzato in psichiatria (4 anni).
COSA PUÓ FARE -effettuare colloqui di sostegno

-somministrare test

-attuare consulenze diagnostiche e psicologiche

-se riscontra un disturbo psicologico non può fare terapia, ma deve inviare ad uno psicoterapeuta

-non può somministrare farmaci

-curare di disturbi psicopatologici della psiche umana di natura ed entità diversa, che vanno da forme di modesto disagio personale alla sintomatologia grave

-promuovere la crescita e la consapevolezza personale anche in assenza di sintomi

-può somministrare farmaci solo se è medico

Vedi psicoterapeuta trattare i disturbi mentali da un punto di vista medico, considerando il funzionamento o non funzionamento del sistema nervoso in senso biochimico e attraverso la prescrizione di psicofarmaci
A CHI MI RIVOLGO? Se sento il bisogno di un sostegno psicologico in un momento particolare della vita come può essere una gravidanza, un cambio di lavoro, un lutto, la persona indicata è lo psicologo.

Se voglio migliorare la mia qualità della vita e intervenire in modo radicale nelle mie modalità di entrare in relazione con gli altri e di affrontare gli eventi della vita, mi devo rivolgere ad uno psicoterapeuta.

Se invece siamo in presenza di un sintomo specifico, va innanzitutto esclusa una base organica e questo lo può fare il medico di base o il pediatra se si tratta di bambini.

Se il disturbo non ha una causa organica, ci si può rivolgere ad uno psicologo che può fare una valutazione per stabilire se è sufficiente un consulto o se è necessaria una psicoterapia o un intervento psichiatrico.

In generale il medico di base suggerisce già una psicoterapia o un intervento psichiatrico.

È bene sapere che la somministrazione di farmaci per disturbi psicologici  (cosa che i medici di base possono fare da un punto di vista legale) senza essere accompagnata da una psicoterapia personale può essere controproducente.

In caso di patologie gravi lo psicoterapeuta e il medico di base o lo psichiatra dovrebbero collaborare per la buona riuscita della terapia.

Sapevi che esiste un albo degli psicologi?

Questo è il link dell’ordine dell’Emilia Romagna dove puoi cercare il professionista che t’interessa, scoprire se è psicologo o anche psicoterapeuta e quale indirizzo segue: ricerca iscritti albo

Vuoi avere altre informazioni sull’ambito di intervento dello psicologo? Aree professionali psicologo

ATTACCO DI PANICO? SÍ GRAZIE!

Cos’è l’attacco di panico?

La prima cosa da sapere è che, secondo le statistiche, fino a una persona ogni 25 soffre di attacchi di panico.

L’attacco di panico è un concentrato di paura per niente piacevole. A livello fisiologico si esprime con palpitazioni, vertigini, nausee, aumento della sudorazione, debolezza, tremori, aumento della frequenza respiratoria, sensazioni di svenimento, nodo alla gola, paura di morire, di impazzire.

A volte gli attacchi di panico portano la persona che li sperimenta a evitare tutte quelle situazioni che potrebbero scatenarne uno.

In questo modo la vita di quella persona si impoverisce e lasciando la persona sempre in allerta.

Si corre il rischio, paradossalmente, di dare un buon motivo all’attacco di panico di ripresentarsi.

Infatti l’attacco di panico spesso si ripete per la grande angoscia che prova la persona alla sola idea che si possa ripresentare.

Si dice infatti che l’attacco di panico sia la paura di aver paura.

Cosa è bene sapere riguardo l’attacco di panico?

Tentare di gestire l’ansia, di tenere sotto controllo l’attacco di panico può far peggiorare il sintomo.

La cosa migliora da fare è lasciare andare il controllo e accettare le manifestazioni corporee, senza prenderle troppo sul serio. E’ solo il nostro corpo che ci vuole parlare e lo fa ad alta voce.

Seppur invalidante, l’attacco di panico compare per un buon motivo. Come ogni sintomo, secondo l’approccio gestaltico, è il miglior adattamento possibile che quella persona è stata in grado di trovare in quel momento e in quell’ambiente (inteso non solo fisico, ma anche relazionale).

Anche se probabilmente l’attacco di panico ha un evento scatenante, questo non può essere considerata la causa.

Infatti l’attacco di panico non è semplice paura davanti a qualcosa di pericoloso, come un leone, un incidente d’auto, un terremoto.

L’attacco di panico ha radici più profonde, nel mondo interno della persona.

Come si interviene in caso di attacchi di panico?

Il trattamento farmacologico può essere prescritto solo da un medico o psichiatra. Può essere utile quando gli attacchi di panico hanno reso invalidante la vita della persona che ne soffre.

I farmaci da soli, però, non bastano.

Al contrario l’utilizzo di farmaci, se non accompagnato da una psicoterapia, è un modo pericoloso di affrontare il problema.

Apparentemente rimuove il sintomo, ma in realtà è come spegnere la spia della macchina, senza andare a riparare il danno. Prima o poi c’è il rischio che ci lasci a piedi.

Come funziona la psicoterapia della Gestalt?

Quando una persona sta bene, sente i propri bisogni e le proprie emozioni e sceglie cosa vuole per se stesso in quel momento.

La dinamica bisogno-scelta-azione è continua e fluida: soddisfatto un bisogno, questo va sullo sfondo e in figura ne compare un’altro.

Quando questo meccanismo naturale s’inceppa, compare un sintomo. La persona non è più in grado di sentire i suoi bisogni e soddisfarli, in figura rimane sempre e solo il sintomo.

La psicoterapia della Gestalt aiuta innanzitutto a stare nel qui ed ora. L’orientamento al futuro, infatti, rende l’attacco di panico, e i sintomi di ansia in genere, più probabili.

Inoltre accompagna gradualmente la persona alla scoperta delle radici profonde che hanno portato la persona a questo adattamento non ottimale. Le Gestalt inconcluse che si sono accumulate avranno in terapia una nuova occasione di chiusura.

In questo modo si ripristina la naturale capacità di restare in contatto con se stessi e prendersi cura di sé, in un ottica responsabile. Questa parola infatti significa “capace di rispondere” “capace di far fronte” (respons-abile).

Perché l’articolo s’intitola “Attacco di panico? Sì grazie!”

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Soffrire di attacco di panico, così come di qualsiasi altro sintomo, non è piacevole, ma costringe a portare l’attenzione su se stessi.

È un’occasione per iniziare a prendersi cura di sé, esplorando il proprio mondo interno accompagnati da uno psicoterapeuta.

È un viaggio impegnativo, ci vuole coraggio e costanza, ma il regalo che ci si fa è davvero grande. Scoprire se stessi e permettersi di essere semplicemente come siamo, con una forza, una creatività che nemmeno sappiamo di avere.

L’attacco di panico ci da un alt bello deciso per avvisarci che così non possiamo andare avanti.

Sta a noi scegliere se cogliere l’occasione.

IL PARTO E LE SUGGESTIONI D’ORIENTE

Le donne partoriscono dall’alba dei tempi in ogni angolo della terra. Da un punto di vista fisico e biologico il parto è identico in ogni luogo, ma ogni cultura ha costruito intorno a questo evento un rituale diverso.

Nella nostra società occidentale la consuetudine è quella di recarsi in ospedale, in case di maternità o partorire in casa propria con il supporto di due ostetriche come sancisce la legge italiana.

Questo è quello che ci si aspetta e ci si immagina del parto qui, ma come viene vissuto in altri paesi? Quali suggestioni possiamo fare nostre curiosando in altre culture?

Se volgiamo lo sguardo ad oriente troviamo la danza del ventre. Questa veniva praticata durante il parto, infatti facilita la discesa del bambino, allevia i dolori delle contrazioni, porta l’ascolto sul corpo e aumenta la consapevolezza delle parti del corpo legate al parto. Ovviamente la consapevolezza di tali parti del corpo è maggiore quanto è maggiore l’esperienza di danza della donna. La danza del ventre ha una serie di benefici muscolari durante ma anche dopo il travaglio, per riportare tonicità ad esempio al pavimento pelvico.

La cosa particolare e interessante della danza del ventre è che in origine non era soltanto la partoriente a danzare: le donne danzavano intorno a lei, suggerendole i movimenti, invitandola a danzare e accompagnandola con il suono ritmico della cintura cha avevano legato sui fianchi. La partoriente non era lasciata sola, al contrario era contenuta da una rete relazionale, da una presenza forte che mandava messaggi didsc_0318 solidarietà e di cura attraverso la danza. Quindi non consigli verbali, razionali, ma suggestioni simboliche, senza parole. La partoriente poteva così guardare le altre donne alla ricerca di suggerimenti e scegliere quelli più interessanti per lei, oppure poteva rimanere concentrata su di sé senza essere disturbata da parole invadenti, senza sentirsi in ogni caso abbandonata perché il suono delle cinture delle sue colleghe restava una presenza costante e rispettosa.

Nonostante la danza del ventre sia spesso suggerita nei corsi preparto, la potenza che può avere un gruppo come sostegno in questo difficile passaggio si è persa nel tragitto da oriente a occidente.

Anche il suono prodotto dalle cinture non è irrilevante: da un lato, ascoltare un suono ritmico aiuta a scivolare in uno stato ipnotico (vedi Il parto e lo stato alterato della mente); dall’altro, la paura di lasciarsi andare e abbandonarsi totalmente all’istinto, la paura di abbandonarsi ed entrare in trance può affievolirsi grazie alla presenza di un gruppo di altre donne, alcune testimoni dello stesso viaggio, che producono con i loro movimenti un suono che c’è prima, durante e dopo il viaggio. Come una sorta di continuità della realtà e di possibilità di ritorno.

Sempre in oriente, dopo la danza troviamo un canto: il canto carnatico che, già negli anni 60, il ginecologo francese Frédérick Leboyer suggerì di utilizzare durante il parto.

Si tratta di un canto tradizionale indiano utilizzato per facilitare la presa di coscienza di se stessi attraverso il respiro e il suono e per stimolare la meditazione. Il canto carnatico prevede dei vocalizzi durante l’espirazione: si inizia con una “m”, si prosegue con le vocali e si conclude il ciclo di nuovo con una “m” (per questo viene anche chiamato canto delle vocali). Nella tradizione indù è previsto anche uno strumento musicale, solitamente una tampura o un tamburo che scandisce il tempo. Oltre a favorire la concentrazione e la meditazione, si ritiene che l’apertura della gola influenzi l’apertura della vagina e faciliti quindi il parto.

Sia la danza che il canto hanno in comune una caratteristica: non sono elementi razionali, logici bensì sono espressioni corporee, emotive. Accompagnano la donna, la rassicurano adattandosi al suo stile, al suo carattere e alla sua esperienza attuale senza imporsi in un modo rigido.

Cantate e ballate signore mie: sta iniziando un viaggio!

Dr.ssa Violetta Molteni