Che emozione le emozioni!

Ho sempre temuto le emozioni e ho cercato inutilmente di controllarle.

Ora mi affascinano come le onde: arrendendomi alla loro indomabilità, ho scoperto il piacere di potermi abbandonare al loro dolce andirivieni, il brivido di poterle cavalcare con una tavola da surf e il divertimento di tuffarmici dentro prima che esplodano in schiuma.

Le emozioni sono il motore di ogni cosa che facciamo. Prendiamo decisioni, compiamo azioni spinti dalle emozioni. Senza emozioni non riusciremmo a rimanere in vita.

Nonostante la loro vitale importanza, chi conosce davvero le emozioni ed è consapevole di ciò che prova istante dopo istante?

La consapevolezza delle proprie emozioni non è una cosa scontata: infatti lo stile educativo di una volta, con cui gli adulti di oggi sono stati cresciuti, non ci ha certo insegnato ad ascoltare e riconoscere le nostre emozioni. Al contrario, ci hanno insegnato a nasconderle e a non ascoltarle, credendo che questo significasse controllarle e ci aiutasse ad essere più forti. Anche oggi in questa società dove l’apparenza conta molto, le emozioni tendono ad essere nascoste o negate.

Eppure la consapevolezza delle proprie emozioni è la base per non essere trascinati in giro dalle emozioni e per essere davvero autori della propria vita.

Partiamo da un punto chiave: le emozioni non si controllano, non si accendo e spengono a piacimento.

Le emozioni, piacevoli o spiacevoli, arrivano.

Quello che si può fare è decidere e scegliere cosa farci con queste emozioni. In altre parole ciò che si può controllare è l’azione, l’espressione dell’emozione. Se sono arrabbiato posso urlare, spaccare tutto o dipingere un quadro che esprime tutta la mia rabbia. Con i bambini anche oggi si tende a dire “non ti arrabbiare”, ma nessuno può smettere di provare un emozione perché lo decide. Si può però dire a un bambino che, anche quando è molto arrabbiato, non deve fare male a qualcun altro perché questa è una cosa che può imparare.

Ma come posso decidere e scegliere cosa fare con un’emozione se nemmeno la sento e la riconosco?

Le emozioni sono il cavallo che ci porta a spasso: se non ne siamo consapevoli, va dove gli pare. È perciò fondamentale per prima cosa imparare ad ascoltarle e riconoscerle.dsc_0337-1.jpg

Non è cosa semplice e all’inizio ci potrà sembrare di essere di fronte ad una spiaggia piena di tracce che non riconosciamo e non hanno un significato ai nostri occhi. Piano piano una traccia, quella dell’emozione con cui abbiamo più dimestichezza ad esempio, ci sarà chiara e inequivocabile e con il tempo impareremo a riconoscerne sempre di più finché quella spiaggia piena di tracce misteriose non sarà una spiaggia decifrabile.

Perché questo accada, bisogna innanzitutto prendersi il tempo per ascoltarsi.

Il corpo è ovviamente un grande alleato: partendo dalle sensazioni fisiche, da dove sentiamo qualcosa possiamo piano piano arrivare a cosa sentiamo, quale emozione. Inoltre l’attivazione fisica ci può aiutare a portare a galla l’emozione. Ad esempio con la danza che in Gestalt viene spesso utilizzata proprio per abbassare in maniera dolce quelle difese che non ci permettono di sentire le nostre emozioni.

Un altro aiuto ci viene da tutto ciò che attiva la creatività e la parte analogica del nostro cervello come l’arte, il disegno, la manipolazione dell’argilla. Anche queste sono strade spesso utilizzate in terapia per accompagnare con delicatezza lungo il sentiero dell’ascolto di sé.

Infine non dimentichiamoci che le emozioni hanno sempre un oggetto: se amo, amo qualcuno; se sono arrabbiato, sono arrabbiato per qualcosa. Pensare a questo oggetto, potrà far emergere l’emozione.

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(come nella foto a inizio articolo) impronte di tartaruga caretta caretta uscita dal mare per deporre le uova 

Allerta sanitaria 2020: io sto a casa, ma come sto?

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In questo periodo è normale essere attraversati dalle cosiddette emozioni negative come la paura, la rabbia, il dolore.

Sono tutte emozioni legittime con cui fare i conti, ma questo non significa che dobbiamo restare passivi perché è normale sentirsi così.

“Emozione” infatti è una parola che significa “muovere da”: l’emozione è il motore, è la forza che ci spinge ad agire e questa energia ha bisogno di essere canalizzata da qualche parte, se non può semplicemente portare al cambiamento che vorrebbe.

Inoltre ci sono alcuni accorgimenti che possiamo adottare per evitare che quest’emozione cresca.

Quelli che seguono sono solo alcuni consigli generali, spunti apparentemente banali e senza la pretesa di essere soluzioni magiche; in ogni caso non possono in alcun modo sostituire una relazione terapeutica.

Accogliere la propria emozione: le emozioni quando non sono ascoltate alzano la voce, battono i pugni per avere il loro spazio e diventano pervasive. Per diminuire la loro intensità è sufficiente concedersi di provarle anziché cercare di spegnerle o nasconderle

Esprimere le proprie emozioni: condividerle con altre persone ne diminuisce il peso (condividere significa appunto dividere-con, non moltiplicare-con)

Sublimare le proprie emozioni: le emozioni che riguardano eventi o situazioni che non possono essere cambiate, possono trovare sollievo nella loro espressione attraverso l’arte come la pittura, la musica, la danza. Questo non significa fare degli esercizi di danza o di chitarra come sfogo, ma proprio mettere in arte la propria emozione, darle parola con l’arte (ballare la propria paura ad esempio ascoltando e seguendo il bisogno del corpo di muoversi, senza giudizio sulla performance che non ci interessa). Nel caso in cui l’emozione in questione sia un dolore legato ad un lutto, ci si può prendere del tempo in intimità per salutare la persona amata. I riti sono importanti e ora che non è possibile metterli in atto nella propria comunità di credenti o meno, nulla ci impedisce di farlo simbolicamente in casa nostra. Se abbiamo una persona ricoverata che non possiamo andare a trovare o una situazione simile, possiamo scriverle una lettera in cui aprirci ad un dialogo come se fosse lì presente

Prendere il sole: da una finestra aperta, da un balcone o in giardino. L’esposizione alla luce e ai raggi solari ha effetti positivi sia sul fisico sia sull’umore

Fare cose buone per sé: l’attività fisica aerobica in primis che rilascia endorfine è utilissima, ma anche tutte le attività che piacciono, i propri hobby. Per quanto non sia  ottimale farli in casa è comunque una possibilità che porta bellezza nella nostra quotidianità

Stare nel qui ed ora: significa stare nel presente che è fatto del proprio respiro, dei propri muscoli, del suono della lavatrice, del colore delle piastrelle, del canto degli uccellini. Le pratiche di meditazione portano in questa direzione, così come gli esercizi di bioenergetica e di feldenkreis o l’attività dei mandala (non quelli già fatti da colorare, ma proprio disegnarli dal principio stando in contatto). Il concetto è ascoltare ciò che si sta facendo mentre si svolge un’attività, piuttosto che fare per fare

Evitare l’eccessiva esposizione alle informazioni: se essere informati ora per ora dà un’illusione di controllo, in realtà riempie la nostra testa di preoccupazione. Le informazioni attraverso immagini o video sono più impattanti rispetto a quelle lette. Ricordiamoci che non è la realtà oggettiva che influisce sul nostro sentire, ma la realtà percepita

Ascoltare frequenze rilassanti: mentre facciamo smart working o facciamo altre attività in casa possiamo ascoltare Mozart o musiche per la meditazione che facilitano appunto uno stato di rilassamento

Buona ricerca e buona scoperta

Dott.ssa Violetta Molteni, psicologa psicoterapeuta

http://www.violettamoltenipsicologa.com

versione pdf Io sto a casa ma come sto

PSICOLOGO, PSICOTERAPEUTA, PSICOANALISTA O PSICHIATRA?

In questi giorni sui social gira una campagna per superare lo stereotipo secondo cui dallo psicologo ci vanno solo i matti.

Già la parola “matti” apre un mondo, ma lasciamolo da parte per ora.

L’iniziativa sui social dice “io vado dallo psicologo”

Chi è lo psicologo?

Non è che forse “io vado dallo psicoterapeuta”?

E che differenza c’è tra uno psicologo e uno psichiatra?

Chiaramoci un po’ le idee

Quale differenza c’è fra uno psicologo, uno psichiatra, uno piscoterapeuta? e lo psicoanalista?

La prima differenza sostanziale è il percorso di studi, la seconda è il suo ambito di lavoro.

PSICOLOGO PSICOTERAPEUTA PSICOANALISTA PSICHIATRA
PERCORSO DI STUDI 5 ANNI facoltà di psicologia+ un anno di praticantato+ esame di abilitazione Ha seguito la formazione per essere psicologo oppure medico di base, poi si è specializzato in psicoterapia: 4 anni di scuola di specializzazione e praticantato (la maggior parte delle scuole di psicoterapia prevedono un percorso di psicoterapia personale per lo specializzando) È uno psicoterapeuta.

La psicoanalisi classica è solo uno dei tanti indirizzi di specializzazione, è famosa perché è quella proposta da Freud.

Ha seguito una formazione medica (5 anni) e poi si è specializzato in psichiatria (4 anni).
COSA PUÓ FARE -effettuare colloqui di sostegno

-somministrare test

-attuare consulenze diagnostiche e psicologiche

-se riscontra un disturbo psicologico non può fare terapia, ma deve inviare ad uno psicoterapeuta

-non può somministrare farmaci

-curare di disturbi psicopatologici della psiche umana di natura ed entità diversa, che vanno da forme di modesto disagio personale alla sintomatologia grave

-promuovere la crescita e la consapevolezza personale anche in assenza di sintomi

-può somministrare farmaci solo se è medico

Vedi psicoterapeuta trattare i disturbi mentali da un punto di vista medico, considerando il funzionamento o non funzionamento del sistema nervoso in senso biochimico e attraverso la prescrizione di psicofarmaci
A CHI MI RIVOLGO? Se sento il bisogno di un sostegno psicologico in un momento particolare della vita come può essere una gravidanza, un cambio di lavoro, un lutto, la persona indicata è lo psicologo.

Se voglio migliorare la mia qualità della vita e intervenire in modo radicale nelle mie modalità di entrare in relazione con gli altri e di affrontare gli eventi della vita, mi devo rivolgere ad uno psicoterapeuta.

Se invece siamo in presenza di un sintomo specifico, va innanzitutto esclusa una base organica e questo lo può fare il medico di base o il pediatra se si tratta di bambini.

Se il disturbo non ha una causa organica, ci si può rivolgere ad uno psicologo che può fare una valutazione per stabilire se è sufficiente un consulto o se è necessaria una psicoterapia o un intervento psichiatrico.

In generale il medico di base suggerisce già una psicoterapia o un intervento psichiatrico.

È bene sapere che la somministrazione di farmaci per disturbi psicologici  (cosa che i medici di base possono fare da un punto di vista legale) senza essere accompagnata da una psicoterapia personale può essere controproducente.

In caso di patologie gravi lo psicoterapeuta e il medico di base o lo psichiatra dovrebbero collaborare per la buona riuscita della terapia.

Sapevi che esiste un albo degli psicologi?

Questo è il link dell’ordine dell’Emilia Romagna dove puoi cercare il professionista che t’interessa, scoprire se è psicologo o anche psicoterapeuta e quale indirizzo segue: ricerca iscritti albo

Vuoi avere altre informazioni sull’ambito di intervento dello psicologo? Aree professionali psicologo

ATTACCO DI PANICO? SÍ GRAZIE!

Cos’è l’attacco di panico?

La prima cosa da sapere è che, secondo le statistiche, fino a una persona ogni 25 soffre di attacchi di panico.

L’attacco di panico è un concentrato di paura per niente piacevole. A livello fisiologico si esprime con palpitazioni, vertigini, nausee, aumento della sudorazione, debolezza, tremori, aumento della frequenza respiratoria, sensazioni di svenimento, nodo alla gola, paura di morire, di impazzire.

A volte gli attacchi di panico portano la persona che li sperimenta a evitare tutte quelle situazioni che potrebbero scatenarne uno.

In questo modo la vita di quella persona si impoverisce e lasciando la persona sempre in allerta.

Si corre il rischio, paradossalmente, di dare un buon motivo all’attacco di panico di ripresentarsi.

Infatti l’attacco di panico spesso si ripete per la grande angoscia che prova la persona alla sola idea che si possa ripresentare.

Si dice infatti che l’attacco di panico sia la paura di aver paura.

Cosa è bene sapere riguardo l’attacco di panico?

Tentare di gestire l’ansia, di tenere sotto controllo l’attacco di panico può far peggiorare il sintomo.

La cosa migliora da fare è lasciare andare il controllo e accettare le manifestazioni corporee, senza prenderle troppo sul serio. E’ solo il nostro corpo che ci vuole parlare e lo fa ad alta voce.

Seppur invalidante, l’attacco di panico compare per un buon motivo. Come ogni sintomo, secondo l’approccio gestaltico, è il miglior adattamento possibile che quella persona è stata in grado di trovare in quel momento e in quell’ambiente (inteso non solo fisico, ma anche relazionale).

Anche se probabilmente l’attacco di panico ha un evento scatenante, questo non può essere considerata la causa.

Infatti l’attacco di panico non è semplice paura davanti a qualcosa di pericoloso, come un leone, un incidente d’auto, un terremoto.

L’attacco di panico ha radici più profonde, nel mondo interno della persona.

Come si interviene in caso di attacchi di panico?

Il trattamento farmacologico può essere prescritto solo da un medico o psichiatra. Può essere utile quando gli attacchi di panico hanno reso invalidante la vita della persona che ne soffre.

I farmaci da soli, però, non bastano.

Al contrario l’utilizzo di farmaci, se non accompagnato da una psicoterapia, è un modo pericoloso di affrontare il problema.

Apparentemente rimuove il sintomo, ma in realtà è come spegnere la spia della macchina, senza andare a riparare il danno. Prima o poi c’è il rischio che ci lasci a piedi.

Come funziona la psicoterapia della Gestalt?

Quando una persona sta bene, sente i propri bisogni e le proprie emozioni e sceglie cosa vuole per se stesso in quel momento.

La dinamica bisogno-scelta-azione è continua e fluida: soddisfatto un bisogno, questo va sullo sfondo e in figura ne compare un’altro.

Quando questo meccanismo naturale s’inceppa, compare un sintomo. La persona non è più in grado di sentire i suoi bisogni e soddisfarli, in figura rimane sempre e solo il sintomo.

La psicoterapia della Gestalt aiuta innanzitutto a stare nel qui ed ora. L’orientamento al futuro, infatti, rende l’attacco di panico, e i sintomi di ansia in genere, più probabili.

Inoltre accompagna gradualmente la persona alla scoperta delle radici profonde che hanno portato la persona a questo adattamento non ottimale. Le Gestalt inconcluse che si sono accumulate avranno in terapia una nuova occasione di chiusura.

In questo modo si ripristina la naturale capacità di restare in contatto con se stessi e prendersi cura di sé, in un ottica responsabile. Questa parola infatti significa “capace di rispondere” “capace di far fronte” (respons-abile).

Perché l’articolo s’intitola “Attacco di panico? Sì grazie!”

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Soffrire di attacco di panico, così come di qualsiasi altro sintomo, non è piacevole, ma costringe a portare l’attenzione su se stessi.

È un’occasione per iniziare a prendersi cura di sé, esplorando il proprio mondo interno accompagnati da uno psicoterapeuta.

È un viaggio impegnativo, ci vuole coraggio e costanza, ma il regalo che ci si fa è davvero grande. Scoprire se stessi e permettersi di essere semplicemente come siamo, con una forza, una creatività che nemmeno sappiamo di avere.

L’attacco di panico ci da un alt bello deciso per avvisarci che così non possiamo andare avanti.

Sta a noi scegliere se cogliere l’occasione.